borgo-di-porcianoFeudo dei conti Guidi, abitato dal divino poeta, il Castello di Porciano dopo secoli d’incuria è rinato nel Novecento per opera degli appassionati proprietari, i coniugi Specht. Un museo con reperti di scavo, attrezzi contadini e artigianato dei Nativi americani.

 

Ogni castello che si rispetti ha la sua favola, e quella del Castello di Porciano è soprattutto una favola novecentesca, anche se le origini di questo maniero in terra casentinese è medioevale: è infatti una favola legata all’amore e alla passione dei suoi penultimi proprietari - i genitori di Martha Specht Corsi, attuale “castellana” – che furono gli artefici della sua rinascita negli anni Sessanta.

Porciano, come ci narrano i documenti, fu uno dei primi possedimenti feudali di quei conti Guidi che fin dal X secolo dominarono le terre tra Toscana e Romagna e che elessero a proprie residenze casentinesi i manieri di Romena, Poppi e appunto Porciano, databile quest’ultimo al X-XI secolo.

Tra le vicende più note della lunga storia del castello emerge quella della permanenza di Dante Alighieri, già in esilio, presso i suoi amici conti Guidi: e fu proprio in quei mesi – tra l’ottobre del 1310 e l’aprile del 1311 - che furono scritte dal divino poeta tre delle sue celebri epistole latine, quelle “Ai Principi e Popoli d’Italia”, “Ai Fiorentini” e “Ad Arrigo VII”, pare redatte proprio a Porciano.

Catene contro il terremoto

I proprietari del castello nel 1349 firmarono gli “Atti di Accomandigia” che lo ponevano sotto la protezione di Firenze, ma fu il 1444 l’anno in cui la proprietà passò definitivamente sotto il dominio della Repubblica fiorentina. Passarono i secoli e quando nel Settecento il castello fu acquistato dall’Abate conte Giuseppe Goretti de Flamini e dai suoi fratelli, era in condizioni precarie e così rimase fino al 1913 quando Goretto Goretti de Flamini, nonno dell’attuale proprietaria, pensò di rinforzare le pericolanti murature con quattro catene poste a cingere l’antica torre castellana: e questo salvò tra l’altro l’edificio dal sicuro crollo in occasione del terribile terremoto del 1919, che quasi rase al suolo le case del borgo di Porciano.

Guerra e pace

E qui comincia la favola della resurrezione del castello. Nel 1905 era nata Flaminia Goretti, figlia di Goretto, che divenuta adulta aveva dimostrato un carattere forte, una personalità controcorrente, un interesse inusuale (per allora) per un’infinità di settori: cavallerizza e ballerina eccellente, negli anni Trenta decise di diventare ostetrica per poter aiutare le donne e i bambini indigenti; inoltre amava la natura e i fiori, in particolare le iris, alla cui coltivazione si dedicò tutta la vita.

Scoppiò la Seconda Guerra Mondiale e da Crocerossina Flaminia decise di partire sulle navi ospedale che facevano la spola con il nord Africa, e fu anche decorata con croce di Guerra al valore militare per il suo eroico comportamento. Anni terribili, ma anche felici: con la Liberazione giunse in Italia un avvocato del Minnesota, volontario di guerra, il suo nome era George Anderson Specht e con Flaminia fu amore a prima vista. Si sposarono nel 1946 e nel 1950 nacque la figlia Martha; nel 1954 Flaminia fondava il Giardino dell’Iris di Piazzale Michelangelo e con esso cominciava la storia del prestigioso Concorso internazionale per premiare i migliori ibridatori, nel 1973 vinto dallo stesso George Specht.

Martha e LisaL’eredità paterna

Porciano era un possedimento dimenticato, come il bell’addormentato nel bosco, e fu solo quando Flaminia lo ereditò dal padre negli anni Sessanta che iniziò ad interessarsene, dapprima con curiosità, poi con vero amore: era un rudere, l’interno dell’antica Torre dei conti Guidi era crollata, l’impresa del suo recupero sembrava immane e costosissima.

Per fortuna giunse un contributo parziale della Sovrintendenza alle Belle Arti, e nel 1963 iniziarono i restauri cui gli Specht dedicarono passione e tutte le risorse di cui disponevano.

Fu una resurrezione, l’interno fu ricostruito, l’esterno consolidato, gli scavi per la rimozione delle macerie portarono alla scoperta di una grande cisterna, dell’arengo, delle basi del muro castellano; vennero alla luce un’infinità di reperti di grande interesse, ceramiche che testimoniavano le vicende abitative medioevali e rinascimentali del castello, vetri, antico materiale edile, interessanti reperti oggi esposti nel museo del maniero.
L’improvvisa morte di George Specht nel 1973 segnò una battuta d’arresto nell’attività di recupero, ma la grave perdità non impedì a sua moglie e a sua figlia di proseguire con ostinazione nell’opera di restauro del castello, pur tra mille difficoltà, fino a completare l’opera intrapresa e ad immaginare numerose iniziative per mantenere in vita quest’imponente e suggestivo edificio, che fa parte della storia del Casentino.

Vita a castello

Oggi a Porciano giungono le scolaresche, i turisti americani, gli appassionati di musica classica per i concerti estivi, i visitatori di passaggio che possono anche affittare alcune casette del borgo per passare periodi
di vacanza nella quiete della bella campagna, alle pendici boscose dell’Appennino. Ad accogliere tutti, prodighe di racconti e di storie, ci sono Martha Specht Corsi e la figlia Lisa, che continuano con interesse e intelligenza la tradizione familiare, dopo la scomparsa di Flaminia Specht nel 2004.

museo-agricoloTra le attrazioni della visita al castello è senz’altro da citare il museo collocato nei piani inferiori: qui si espongono frammenti di ceramica databili dal XIV al XVIII secolo, vetri e altri reperti rinvenuti negli anni di scavo intorno all’antico edificio e catalogati dal Gruppo Archeologico Casentinese; ma anche una raccolta di oggetti d’uso agricolo e domestico - donati dagli abitanti del posto o rinvenuti nei mercatini antiquari da Flaminia Specht - che testimoniano tecniche di lavoro e tradizioni della zona e che non di rado incuriosiscono le scolaresche, ormai lontane nelle abitudini da quell’antico mondo rurale; e infine una collezione davvero originale di oggetti d’antiquariato dei Nativi americani e dei Pionieri, reperiti da George A. Specht nel Dakota. Un museo che parla di passione, tenacia, amore per le proprie radici.

Rassegna stampa
"Toscana qui" - Marzo-Aprile 2008 - articolo di Maria Novella Batini

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